sabato 9 novembre 2013

RILEGGENDO V FOR VENDETTA - BATTAGLIA DI IDEE



Alan Moore tra V  Watchmen, 
vista da Luca Paciolus (il copyright è suo)




V FOR VENDETTA 
COME BATTAGLIA DI IDEE

QUI e QUI abbiamo parlato di V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd analizzandolo nel’ottica del genere romanzesco chiamato Bildungsroman.
In questa sede ne parleremo su un secondo piano, che parte dai personaggi, ma arriva alla filosofia politica: perché V for Vendetta è anche un trattato che confronta due diverse idee del mondo, della giustizia, dell’uomo.

Naturalmente i due piani non sono separati, perché l’abilità di Moore consiste anche nel porre infiniti parallelismi e riferimenti interni: solo per fare un esempio, la regina Zara [1] (la regina, simbolo dell’Inghilterra e degli inglesi) ha sedici anni, esattamente come Evey.

Proprio questa abilità consente al Barbuto Bardo di Northampton di descrivere questa battaglia di idee con un gioco raffinato di botta e risposta a distanza: le stesse immagini, concetti, considerazioni si riflettono su due specchi affrontati che tanto sarebbero piaciuti a Borges, così da fornire due deformazioni o punti di Vista diversi.
E queste idee in lotta non hanno semplicemente una funzione narrativa: sarebbe troppo facile identificare il sistema politico dei Norsefire come ‘cattivo’ perché è una dittatura, e l’anarchia di V come ‘buona’ perché V è l’ ‘eroe’.
No, le differenze sono soprattutto su un piano più alto, quello etico: si affrontano due sistemi di pensiero.

Iniziamo col considerare le due figure-chiave di questa battaglia, i due personaggi che incarnano le due idee contrapposte: il leader dei Norsefire e V.

Altre storie di ieri...

1. IL NOME DELL’EROE:  

RES SUNTO CONSEQUENTIA NOMINUM [2]

É raro che il leader sia chiamato in maniera differente da questo titolo. Il suo nome, come l’uomo dietro la funzione, appare di striscio, di sfuggita: Adam Susan non conta, il leader è il leader.
É un’idea, come il führer, il duce, il capo. É in un certo modo impersonale. Ha un volto anonimo, e un fisico non propriamente caratteristico, ma anzi grigio e anonimo. Ha l’aspetto di un burocrate, e forse non gli sarebbe dispiaciuto che noi lo Vedessimo così [3].
IMG http://openvein.com/ext/v_the_leader.jpg
Se volessimo dilettarci in illazioni basate sul gioco del nomen omen  il leader è ‘Adam’, il primo uomo di una nuova Inghilterra, così come Evey è ‘Eva’, Rose Almond è una ‘Rose of England’, Helen Heyer l’‘Elena’ che provoca il conflitto… e così via.

V è chiamato solo V. Se del leader (anzi, di Susan) sappiamo il poco che lui ci dice di una giovinezza (?) travagliata e dominata da fobie, repressioni e razzismo, di V non sappiamo nulla. Sappiamo della sua reclusione a Larkhill, della sua evoluzione, della sua fuga.
Della sua nascita COME V. 


L’uomo dietro V non ha volto, ma solo una maschera, un typos: quella di Guy Fawkes, anarchico inglese del XVII secolo che tentò (vanamente) di distruggere con un attentato il Parlamento inglese[4]. La corporatura è sempre nascosta da una sorta di divisa che camuffa le sue fattezze: se non ce lo dicesse il diario di Delia, la dottoressa che lo ha avuto in “trattamento” nel campo di concentramento di Larkhill, non sapremmo neppure che si tratta di un uomo e non di una donna.

L’Ispettore Finch scoprirà con orrore che Delia è solo l’ultimo anello di una impressionante sequela di omicidi: tutti quelli che formavano il personale di Larkhill sono morti, nessuno sa più chi fosse l’uomo che esisteva prima di V.
Gli antichi egizi sostenevano che un uomo non sarebbe mai morto se si continuava a pronunciare il nome di un uomo[2]: ma ora non vive più nessuno che sappia chi era l’uomo dietro la maschera. V non è Edmond Dantès, il Conte di Montecristo, che finge la morte, ma anela al momento in cui potrà sbattere in faccia la sua identità ai suoi nemici, prendersi la rivincita tanto sognata. No, assieme al suo Vero nome, ANCHE L’UOMO CHE ERA DIVENUTO V É MORTO.
V non è più solo un uomo, ma è quasi (in quel momento) un’idea. V saprà superare il ‘quasi’, recidendo il suo ultimo legame con il mondo e divenendo vera idea.

2. IL FREDDO ORDINE DEL TERRORE

In un alternativo1992, dopo la Terza Guerra Mondiale, i Norsefire, membri di un partito fascista inglese, prendono il potere e “misero ben presto tutto a posto”. Ovvero eliminarono “neri, pachistani, gay, estremisti”.
Apparentemente realizzarono il desiderio di tutti i “bravi cittadini”: dopo una guerra straziante un ritorno alla ‘normalità’, eliminando quello che anche prima della guerra appariva ‘diverso’ ed ‘anormale’.

V era un ‘anormale’: era uno dei gay, o pachistani, o neri o estremisti chiusi a Larkhill.
Non ci Viene detto (non lo si può più sapere con la morte di Delia) chi o ‘cosa’ fosse: se Vogliamo rappresenta tutta la ‘categoria’. Come abbiamo Visto, solo le parole sul diario di Delia ci dicono che si tratta di un maschio.
E non sapendo chi sia, non si può parlare di ‘complotto politico estremista’, di ‘attentato dei negri’, di ‘terrorismo arabo’ o di altre facili etichette usate per rassicurare la massa di fronte al pericolo, individuando la ‘matrice’ del fatto, classificandola e riducendo il margine di ignoranza e di paura. Per questo V fa ancora più paura: non tanto per il numero di uccisioni, ma perché è sconosciuto, non è identificabile. 



Il solo nominarlo potrebbe dare un minimo di potere su di lui: nella Genesi e nel Vangelo di Giovanni (ma anche alcuni filosofi greci non avrebbero trovato nulla da ridire in ciò) Dio creò il mondo con il suo Logos, con la sua parola: gli bastò dire “Luce” e la luce fu; nei racconti cabalistici ebraici Adamo e non Satana fu fatto re di tutti gli animali perché il primo uomo era in grado di nominare la specie di appartenenza di ciascuna bestia; nei miti egizi Iside controllò Râ poiché ne conosceva il nome segreto, e questo le dava il dominio assoluto su di lui; i Romani nei loro riti temevano di scontentare le divinità delle quali non conoscevano il nome; in una fiaba sarda Maschinganna, oscuro demone dagli artigli aguzzi, poteva essere sconfitto solo se si fosse pronunciato a voce alta il suo nome. Rumpelstilzchen  e la versione anti-Superman Mr Mxyzptlk non sono da meno.
Il nome di un uomo consente di avere potere su di lui, il non saper nominare il ‘nemico’ crea confusione, timore, panico. Il nemico potrebbe essere ovunque e chiunque.

La normalità dei Norsefire vuol dire certezza, significa che tutte le cose hanno il loro nome e “sono al loro posto”. E’omologazione, annullamento dei singoli nell’unità, avere un ruolo certo e apparentemente sapere chi siamo. Il leader lo dice con sicurezza: “il fascismo è la forza dell’unità. Credo nella forza, credo nell’unità... Non voglio sentir parlare di libertà, di diritti individuali: sono un lusso... La guerra ha posto fine al lusso, la guerra ha posto fine alla libertà”.
 
E molti accettano quasi con sollievo questo ‘nuovo ordine’: come Finch gli altri superstiti della catastrofe accettarono tutto affinché si “rimettano le cose a posto”.
Finch dice: “la faccenda del nuovo ordine non mi interessa più di tanto... qualsiasi società era meglio del caos... c’era bisogno di ordine”. Tutti alla ricerca di ‘normalità’ per dimenticarsi di essere ancora Vivi, della colpa di essere sopravvissuto a chi non ce l’ha fatta, di essere sopravvissuti morendo dentro. Il gangster Robert, prima di essere ucciso, lo urlerà: “Vorrei che tutti fossimo morti, sarebbe meglio!”.
  
Di contro V: poichè la giustizia ha “un debole per le uniformi”, essa non sarà più la giustizia di V. Tradito dalla sua ideale amata, anche V si prenderà un’amante: l’ANARCHIA, in virtù della quale dirà che “la giustizia non ha senso senza la libertà... Libertà e uguaglianza NON SONO LUSSI SUPERFLUI. Senza di loro non ci vuole molto prima che l’ordine sprofondi in abissi inimmaginabili... Le società autoritarie sono come chi pattina sul ghiaccio. Meccanicamente abili e precise, ma precarie. Sotto la fragile crosta della civiltà si agita il freddo caos”.
É questo l’ordine contro il caos che i Norsefire cercavano?



 
 Signora libertà, signorina Anarchia

   3. IDEE A PROVA DI PROIETTILE

Per la sua lotta V deve sparire, e poiché lotta come un’idea contro un’idea opposta, attaccherà simboli più che oggetti e persone concrete.
Moore ci delizia con un tocco geniale: la distruzione dell’‘ordine’ inizia là dove finisce la storia dell’uomo divenuto V. Con la pazzia provocata a Prothero, il direttore di Larkhill, con l’uccisione di Delia, il medico del campo, e del Vescovo, lì un tempo cappellano… il potere civile, religioso e della scienza uniti contro l’uomo ‘diverso’.

Se l’uccisione di Delia e del Vescovo non porta conseguenze per il popolo (scienza e religione hanno lingue per iniziati che non sono accessibili a tutti), l’eliminazione di Prothero provoca un effetto banale ma proprio per questo sconvolgente: cambia la Voce del Fato, l’onnipotente computer che tutto controlla. Tutti in cuor loro sapevano che il computer non aveva Voce, che un umano gliela prestava, eppure questo mutamento è sconvolgente più di un assassinio: la gente si era abituata a riconoscere QUELLA come la ‘Voce del fato’, del computer infallibile perché tutto controlla, della soluzione a tutti i problemi perché tutto organizza, dell’organo su cui scaricare tutti i dubbi perché a tutto sapeva dare risposta.
Il ‘Grande Fratello’ versione Moore non ha forse il nome più evocativo che si possa trovare per un governante impersonale e ineluttabile?.

La gente era talmente abituata a udire quella Voce da iniziare ora a dubitare dei responsi del Fato, come se non fossero dati da lui. E Lloyd ben rappresenta i volti sgomenti e increduli della folla: increduli perché sembra che la ‘pace’ e la ‘tranquillità’ siano finiti, sgomenti perché si rientra in un’epoca in cui non c’è più sicurezza (neppure che il Fato sia uguale a se stesso!), come in guerra.

Le sicurezze: abbiamo Visto tutti i personaggi (ed il popolo) legati all’‘ordine’, alla ricerca di un punto di riferimento esterno, un’ancora di salvezza: Finch in Delia, Rose in Derek, Delia nel lavoro, il leader nel suo segreto amore per il Fato, Prothero nelle bambole, tutto il popolo nel Fato.
V è diverso: il suo conservare oggetti di un passato più felice non è necessario per la sua sopravvivenza spirituale, ma è semmai funzionale a ciò, stimola il suo piacere e il suo senso artistico, fini a se stessi.
Lo scopo di V è togliere le sicurezze alla gente per poterle riaprire gli occhi (ancora una volta prima la pars destruens), e il mezzo è proprio la televisione appiattente: appare sullo schermo all’improvviso, senza che nessuno possa farci nulla, sbatte in faccia alla gente le colpe di ciascuno (“la vostra indisponibilità a farvi strada nella società e farvi carico di responsabilità vere, essere autonomi”).
Finch aveva detto che qualunque società era meglio del caos, V proclama l’inettitudine della direzione e il peccato originale della gente: al partito ha “permesso di decidere per voi... avreste potuto fermarli”.

Qualcosa si scuote: il cartesiano V distrugge schiodando la massa da convinzioni e fatalismi troppo comodi. Spiega: “l’anarchia a due facce: quella della creazione e quella della distruzione. I distruttori abbattono gli imperi, lasciando un letto di macerie su cui i creatori possono edificare un mondo migliore”.
La pars destruens prosegue con l’esplosione della Jordan Tower: ora il Fato, il potere, il ‘Grande Fratello’ è cieco, sordo e muto. V restituisce il “diritto alla segretezza e alla privacy, il ‘fate ciò che vi pare’ sarà l’unica legge”. Autonomia e libera scelta, ovvero fine del totalitarismo, dell’unità di intenti e di azioni.

 L’inizio è solo spaesamento (pensare con la propria testa è difficile), ma dalle piccole cose nascono le grandi: una ragazza timidamente e con una iniziale paura di punizione urla il suo “ ‘fanculo!” ai suoi oppressori. Moore è qui veramente grande e profondo conoscitore dell’uomo: non eroismi improvvisi ed irreali, ma un inizio in sordina, sparlando come topi di un gatto assente; solo dopo questa liberazione la ragazza potrà poi disegnare il simbolo di V sul muro.
Poi un uomo prepara esplosivi, per difendere quella che non sa ancora bene essere la sua libertà.
Piccoli passi, ma sono quello che serve per aprire nuovamente le porte a un caos nascosto, non sconfitto.

I piani si mescolano di nuovo: dopo il suo crudele apprendistato, Evey ormai è in grado di pensare e può capire; Vuole nuova conoscenza, alimento del pensiero, e non solo certezze
Proprio perché Evey può capire, V finalmente spiega: il ‘fai-ciò-che-ti-pare” è nella prima fase, il Verwirrung, il caos che precede l’anarchia. E l’anarchia è ‘senza capi’, non ‘senza ordine’; Verrà in seguito un ordine, e sarà quello “vero, spontaneo”; forse un ordine duraturo.

Crolla il sistema. Finito il tacito consenso, solo la FORZA può tentare di salvare il potere: a Londra arrivano bande paramilitari, il leader è perso nei suoi deliri; tutto ricorda la situazione precedente all’avvento dei Norsefire
Eppure la circostanza è in realtà diversissima, perché V ha indicato la strada: non è più il caos derivante dalla paura, dal bisogno disperato di riferimenti, ma c’è il caos perché la gente pensa, sa ciò che non Vuole ma non ancora ciò che Vuole. E quando saprà ciò che Vuole non sa ancora come ottenerlo.
 

Il partito si sgretola e iniziano congiure sotterranee in un clima da ‘fine dell’impero romano’. Addio alla “forza dell’unità”! Ecco con una ‘corte’ che gioca sottilmente le sue carte e si illude di poter Vincere e di riportare tutto al passato, forse con un nuovo leader.
Tutto crolla: l’ultima certezza, il Fato, si rivela l’estremo inganno, poiché da sempre era stato sotto il controllo di V. Il leader quasi impazzisce, la partita appare persa.

 

Ora i riflettori di Moore puntano più su Adam Susan che sul leader: anche lui è privo del suo punto di appoggio, anche lui come tutti, è spaesato. Egli che prima diceva “solo io e Dio [il Fato, N.d.R.]... nessun altro è reale”, ora si rende conto che esiste un MONDO intorno a lui, e cercherà un punto di appoggio nel popolo.
E qui assistiamo a una scena strana, quasi commovente: lui che non aveva mai avuto Veri contatti con gli altri, cerca di “salutare in modo spontaneo” una folla che lui ritiene amica, ed invece è accorsa solo perché minacciata. É l’estremo tentativo di aprirsi, di mostrarsi anche lui un uomo, non solo il servo/amante di una fredda macchina.
La sua inesperienza è fatale (“Mi amano”, pensa), ed il suo spontaneo gesto che esprime un tentativo di comunicare, lo farà uccidere da Rose Almond. L’uomo Adam Susan avrebbe forse avuto una speranza di redenzione, ma è stato giudicato come leader.

V ha vinto? Nel momento stesso dell’uccisione del leader V viene colpito a morte da Finch.
Il leader, la sua idea non sono stati a prova di proiettile. E quella di V? Subito dopo lo sparo, V proclama che sotto la sua cappa “non ci sono ne carne ne sangue da uccidere, c’è solo un’idea e le idee sono a prova di proiettile”.
Non c’è carne? Non c’è sangue? E allora cosa vede Finch, cosa vede Evey?


4. BONFIRE NIGHT

L’appuntamento, come da feuilleton, è per mezzanotte. I resti dei Norsefire, smembrati da congiure interne, attendono, certi (o solo speranzosi?) che V non comparirà. Anche il popolo attende: V è la loro scintilla, e se non ci presenterà, allora non accadrà mai più nulla; se arriverà, la polveriera scoppierà.
Ma c’è speranza per il lettore e per gli inglesi se V è morente tra le braccia di Evey?

Devo ammettere che qui Moore si supera ancora una volta: chi, leggendo V for Vendetta per la prima Volta, non si attende di sapere finalmente chi fosse l’enigmatico personaggio?
E questo sembra il momento: c’è solo Evey, la sua, la nostra curiosità. L’uomo dietro la maschera di V è morto fisicamente, come era morto in quanto uomo anni prima. Non può impedire che Evey risolva l’indovinello, sollevi la maschera [6].

Copyright del sommo Luca Paciolus
 
Ma V e Moore ci stupiscono: chiede a Evey un funerale Vichingo e la lascia con l’ultimo enigma: “devi scoprire la faccia dietro la maschera, però non dovrai MAI conoscere la mia faccia”.
Come è possibile?
La sequenza grafica e dei testi sono in grado di far venire i brividi: Evey immagina più Volte di avvicinarsi a V e di sollevare la maschera. Ogni Volta immagina di trovare dietro la maschera le figure protettive che ha sempre cercato, il padre, l’amante. Fantasmi del suo passato.
Ma ora c’è una nuova Evey, che infine immagina di vedere se stessa, e in quel momento capisce cosa debba fare.
La pagina successiva è stupenda nel suo silenzio: Evey davanti allo specchio (un altro specchio!) guarda la sua immagine, e poi la sua bocca si piega nel sorriso di V.
Ha capito: “se tolgo quella maschera qualcosa sparirà per sempre, sarà sminuita perché chiunque tu possa essere non sarà mai grande quanto l’IDEA di te”.


V ha compiuto l’atto più grande e più amorevole Verso gli altri: quasi messianicamente (o forse proprio messianicamente) ha dato la sua Vita per gli altri, senza pretendere nulla in cambio, per espiare da Vittima innocente gli errori degli altri e dare loro la possibilità di un nuova Vita.
V ha reciso l’ultimo legame col mondo (anche Finch che lo ha ucciso sa che V avrebbe potuto evitarlo) ed è divenuto una pura IDEA.

Sarà V ad apparire alla folla a mezzanotte o Evey?
É V, ma è anche Evey. La maschera indica un archetipo, non un uomo. Alla massa è data libertà di decidere del futuro: “vivere liberi o tornare alle catene. Scegliete saggiamente”.
Al popolo decidere, V non lo influenza: la libertà ha la prerogativa che, quando c’è, può scegliere di cessare di esistere: “TOCCA A LEI SCEGLIERE COME É GIUSTO”.
Evey non guiderà il popolo, l’aiuterà a “creare e a costruire”. E riflettendo sulle parole di V sui “distruttori” e sui “costruttori” possiamo forse pensare che il primo V si sia fatto uccidere perché la sua missione di “distruttore” era terminata ben prima della morte di Susan: V forse non si sentiva in grado di essere un “costruttore”, doveva passare la fiaccola e non essere più d’impiccio per i Veri “costruttori”.


Per ricostruire Evey prenderà un erede (Dominic, l’onesto Dominic) e farà il ‘funerale Vichingo’ chiesto da V: il corpo mortale di V viaggerà per l’ultima volta su un Veicolo della metropolitana zeppo di esplosivo che esploderà sotto Downing Street, la residenza del Primo Ministro, distruggendo il simbolo stesso del potere in Inghilterra.
Guy Fawkes stavolta non ha fallito.
Come richiesto si tratta di un funerale Vichingo, perché proprio come nel Ragnarok, il ‘crepuscolo degli dei’ nordico, la distruzione Violenta del vecchio mondo segna l’inizio di una nuova età dell’oro.

Il finale? Moore non vuole un forzato ‘e vissero tutti felici e contenti’: la libertà che fine farebbe, se no? Persa proprio in un finale scontato?
No, Moore chiude il sipario come vorrebbe V.

Gli inglesi sono tutti il Finch dell’ultima tavola: lasciati senza neppure una parola (non la meritano) gli illusori sogni di rivalsa autoritaria di una Helen Heyer che non ha capito che il mondo è cambiato, l’uomo può finalmente affrontare da solo la strada che è la sua Vita. Ci sono luci e c’è buio, non c’è dato sapere di più. All’uomo la scelta.



AVE ATQUE VALE V

[1] è curioso solo fino ad un certo punto che la Regina d’Inghilterra sia Zara Phillips, figlia di Anna (figlia a sua volta di Elisabetta II) e del cavallerizzo Mark Phillips (vedi QUI); o forse, secondo alcuni maligni, addirittura nata da una relazione extra-coniugale della principessa Anna con una sua guardia del corpo (vedi QUI e QUI). Secondo un comunicato di Re Giorgio V nel 1917, infatti i discendenti della linea femminile della famiglia reale non hanno diritto al titolo di “Altezza reale”, né del titolo di “Principessa” o “Principe” (fonte: WIKIPEDIA). Si tratta quindi di una figura di secondo piano nella famiglia reale già nel 1986\87 (oggi è al 15° posto nella linea di successione), e il matrimonio dei genitori fu in tono “minore” (vedi QUI) visto che lui non era nobile.
Cosa sia accaduto agli altri membri della Casa Reale nell’universo alternativo di V perché salisse al trono proprio Zara, è una questione che avrebbe potuto urtare la sensibilità dei monarchici britannici: ma l’anarchico V\Moore si è limitato a lanciare il sasso e a ridere sotto la maschera (o la barba). Zara non ha alcun ruolo nella storia di V.

[2] no, non ho sbagliato il detto nomina sunt consequentia rerum… [http://it.wikipedia.org/wiki/Nomen_omen]  l’ho solo visto allo specchio. La frase originaria si trova nelle Insitutiones di Giustiniano, un codice di leggi: l’uso dell’imperativo futuro, come nelle Leggi delle XII Tavole è voluto.

[3] la scelta di “personalizzare” il Volto e il carattere del leader nel film del 2005, nonché di dargli un altro cognome (Sutler, invece che il ‘femminino” Susan) e una morte diversa, rappresentano una delle discrepanze più significative tra la graphic novel e la sua resa sullo schermo.

[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Guy_Fawkes. Notate anche la (talvolta) diversa grafia del cognomen “Faux”, “falso” in francese.

[5]non sembri irrispettoso l’accostamento\citazione de “Il fu due volte barone Lamberto” : dietro il sorriso e la leggerezza della penna di Gianni Rodari si nasconde una riflessione sulla vanità dell’uomo, sulle illusioni cui attaccarsi per sopravvivere quando la vita non sembra dare più niente.

[6] la riflessione su ciò che accade “sotto la maschera” ritorna in tante opere di Moore: Watchmen, Miracle Man, le sue storie su Superman


Alcune immagini sono tratte dal supplemento a Corto Maltese (RCS) 9 settembre 1991. Le altre sono tratte da QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, QUI, e QUI o sono opera originale di Luca Albergoni Paciolus, gentilmente concesse dall'autore; nessuna di esse mi appartiene, e qui appaiono a corredo dell’analisi. Questo blog non ha fini di lucro.


1 commento:

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