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domenica 18 maggio 2014

Epicamente Tex - Narrare per il gusto di narrare 4



Prosegue la disanima dei primi 400 numeri di Tex Gigante visto come prosecuzione di temi e stilemi propri dell’epica popolare, iniziata QUI e proseguita QUI, QUI, QUI e QUI.

Questa è la quarta parte della sezione 4. La logica del narrare per il gusto di narrare, la cui prima parte è apparsa QUI la seconda QUI e la terza QUI.
3.  La logica del narrare per il gusto di narrare
(4° parte)

i) Quel che manca: il riconoscimento dell’eroe, l’amore e la morte dell’eroe
Non tutte le caratteristiche dell’epica minore (o maggiore) si ritrovano in Tex: tra le principali “assenze”, spiccano le situazioni-tipo del riconoscimento dell’eroe, dell’amore cortese e della morte dell’eroe stesso.

Il riconoscimento delle origini nobili del cavaliere, derivato per lo più dall’agnizione del teatro euripideo, è uno dei temi preferiti dell’epica canterina medioevale, ma anche “alta”: Marfisa riconosciuta sorella di Ruggero è una delle tante concessioni ai modelli popolari fatta da Ludovico Ariosto.
Ma tutta l’epica minore è zeppa di riconoscimenti della nobiltà di schiatta dell’eroe. Una nobiltà prima ignorata, e poi dichiarata (sul modello della fiaba di magia [1]) spesso dopo il superamento di una prova che mostri la dignità di appartenere alla stirpe [2].


Tutto ciò manca in Tex: c’è stata la narrazione del passato dei pards[3], ma non ci sono state sorprese clamorose: nessuna parentela imprevista, nessuna schiatta-Willer di nobili e gloriosi ascendenti.
Può capitare che il “cattivo” si riveli parente di qualche vecchio avversario [4], ma il riconoscimento del “buono” che lo eleva socialmente (anzi: ne conferma la superiorità già dimostrata in altre circostanze), è completamente assente [5].

Quanto all’amore cortese, esso è proprio più dell’epica “alta” che di quella popolare, e deriva dalla fusione tra il elementi del ciclo carolingio (in cui era quasi completamente assente [6]) e quello bretone (in cui era uno dei motori dell’avventura dominati[7]).
I due cicli avevano trovato la sintesi più alta alla fine del 1400, nell’Orlando Innamorato di Boiardo, in cui la cosa “meravigliosa” è “odir cantar de Orlando innamorato, / chè qualunche nel mondo è più orgoglioso, / è da Amor vinto, al tutto subiugato”[8]. 
L’unica avventura amorosa che Tex si concede è quella che lo porta al matrimonio con Lilith… e non si tratta certo di un matrimonio d’amore! [9]
Tuttavia con il tempo (e la nascita di un figlio) questo matrimonio di “convenienza” (l’unico modo per evitare il palo della tortura!) si trasforma in un sentimento talmente forte da causare una spietata ed “implacabile” vendetta contro gli uccisori di Lilith [10] e contro chi ha profanato la sua tomba [11]. Solo recentemente gli autori hanno voluto darci uno squarcio nella vita insieme di Tex e Lilith in un albo speciale [12].
Fugaci amori finiti in modo più o meno tragico o nel nulla spettano a Kit Carson [13], Tiger [14] e in particolare a Kit Willer [15], ma l’amore entra solo raramente nelle vicende del gruppo: anche questa sorta “voto di castità” contribuisce a rendere i pards quasi un ordine religioso militare… anche se in realtà G. L. Bonelli aveva dichiarato che lo scarso numero di rappresentati del gentil sesso era dovuto al fatto che essendo Tex in un certo senso una sua proiezione non riteneva elegante raccontare le sue avventure.

Ma il principale elemento del “mito epico” che manca in Tex è sicuramente la narrazione della sua morte.
Tutti gli eroi epici terminano gloriosamente la propria vita in un’epica battaglia o comunque in una maniera “non normale” [16], destinati ad essere pianti o vendicati. Se la morte dell’eroe epico non è narrata esplicitamente nel singolo episodio, è comunque già nota al pubblico [17], perché dalla certezza della morte non si può prescindere.
Ma al nostro ranger non è dato conoscere il suo destino finale.

Certo, Carson sa che “a detta di una strega papago”[18] terminerà i suoi giorni vecchio e tranquillo, ma Tex non ha neppure questa finestra aperta sul suo destino.
Eppure la morte dell’eroe è un elemento indispensabile alla creazione del suo mito: senza una fine che dia un senso all’esistenza, l’eroe, così diverso dall’uomo comune, non può diventare un modello per gli uomini comuni. Perché essi hanno, in fondo, solo la certezza della morte.
E l’eroe epico deve essere un modello, o viene meno alla funzione per cui nasce.

Ma della morte di Tex parleremo in un altro articolo [19].

Nel prossimo post… le prime conclusioni e poi Tex si prenderà una pausa!

[1] Si veda il fondamentale saggio di V.Propp, La Morfologia della fiaba, e una prima infarinatura dei suoi schemi narrativi strutturali QUI http://it.wikipedia.org/wiki/Schema_di_Propp . Sarebbe interessante fare la stessa operazione compiuta Propp sulla fiaba a proposito delle narrazioni del Tex “classico”.
[2] Lo stesso Artù scopre di essere figlio di Uter Pendragon dopo aver estratto la spada dalla roccia.
[3] Il passato di Tex è trattato in più riprese, in Tex Gigante nn. 83-85, 113-115 e 297-299; quello di Carson in Tex Gigante nn. 407-409; quello di Tiger Jack in Tex Gigante nn. 384-386.
[4] Ad esempio Diamond Jim (Tex Gigante n. 154) è fratello di Johnny Devine (Tex Gigante nn. 85-86); in Tex Gigante nn. 307-309 si scopre che il “cattivo finale” è il figlio di uno dei membri della Mano Rossa, avversari di Tex nel n. 1.
[5] In Tex Gigante n. 408 si scopre che Carson ha avuto una figlia… ma questo non implica un ingresso di Donna nel gruppo dei pards (ci si perdoni l’incursione oltre i limiti degli albi che ci siamo posti).
[6] Ricordiamo che nella Chanson de Roland esso occupa solo pochi versi sul finale, destinati a commemorare la morte di Alda la Bella, promessa sposa a Rolando: la dama muore di crepacuore alla notizia della morte del promesso sposo.
[7] A solo titolo di esempio l’amore è il motore delle tragiche vicende di Tristano e Isotta, ma anche di quelle Lancillotto e Ginevra. L’amore cortese è quindi, indirettamente, causa della fine della Tavola Rotonda.
[8] M.M. Boiardo, Orlando Innamorato, I, I, 2, vv. 3-5
[9] Tex Gigante n. 7
[10] Tex Gigante nn. 103-106
[11] Tex Gigante n. 500
      [12] Tex Gigante n. 575
[13] Tex Gigante nn. 108 e 408; svariati sono gli “approcci” e gli “appetiti” del “Vecchio Satanasso”, per i quali si rimanda all’ironica disamina in Paglieri, Non son degno di Tex, pagg. 99-102.
[14] Tex Gigante nn. 384-386
[15] Oltre a varie “simpatie” per cui vedi ancora una volta l’ironico Paglieri, op.cit., pagg. 107-108, vedi specialmente Tex Gigante nn. 214-215 e 423-425
[16] Solo Nestore e Menelao (che però è genero di Zeus) possono riposare e morire nel proprio letto nell’epica antica, Parsifal e Carlo Magno in quella medioevale. Ne Il Signore degli Anelli, trasposizione moderna dell’epica medievale, la fine serena in realtà è riservata solo ad Aragorn, a Merry e a Pipino: tutti gli altri membri della Compagnia o muoiono (Boromir) o proseguono la loro esistenza in un esilio simile all’Avalon arturiana.
[17] Ad esempio tutte le narrazioni su Orlando (perfino il comico Morgante Maggiore) presuppongono La Chanson de Roland, che narra la morte dell’eroe a Roncisvalle.
[18] A volte si dice che tale profezia sia stata fatta da una zingara.
      [19] Vedi la terza parte di questa trattazione: Wath if… Le Morte Tex e la leggenda.

PS: le immagini non mi appartengono e sono per lo più tratte da pubblicazioni della Sergio Bonelli Editore. Sono qui a corredo dell'articolo di critica e analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

martedì 1 ottobre 2013

IMPARARE A RICORDARE - LA MORTE NELL'INCAL (INDICE)


Ed ecco i link alle diverse parti di questa nostra analisi.
Commentate, criticate, dissentite, condividete :-)

1. Introduzione: MORTE ED ETERNO RITORNO NELL'INCAL

2. LA MORTE COME MECCANISMO NARRATIVO

3. LE MOLTE FACCE DELLA MORTE

4. L'ACCETTAZIONE DELLA MORTE

5. LA NEGAZIONE DELLA MORTE




L'immagine non mi appartiene ed è qui a corredo dell'indice degli articoli. Questo blog non ha fini di lucro

IMPARARE A RICORDARE - LA MORTE NELL'INCAL 5

Termina il nostro viaggio su come il tema della Morte sia trattato nell'Incal di Jodorowsky e Moebius.
Abbiamo iniziato QUI con una INTRODUZIONE, poi abbiamo proseguito analizzando LA MORTE COME ESPEDIENTE NARRATIVO e LE MOLTE FACCE DELLA MORTE; infine abbiamo parlato della ACCETTAZIONE DELLA MORTE così come viene descritta in questo capolavoro del fumetto.


La vanità dell'immortalità: il nuovo corpo del Prez

5. La negazione della morte

 Nell'Incal la morte può essere negata, o almeno si può tentare di sottrarsi ad essa.
Il Prez diventa Necro-sonda
Questa negazione (ancora una volta con una duplice valenza) si esemplifica nelle due figure del Prez e di John Difool.

Il Prez cerca di evitare la morte creando false copie del suo corpo [1] o corpi continuamente diversi per la sua mente.
E’ uno sfuggire alla morte che rivela la sua sterilità: si tratta infatti di un falso cambiamento, aiutato dalla tecnologia, che serve solo a farlo vivere in piaceri destinati a distrarlo fino alla successiva clonazione. Simbolicamente l’ultima incarnazione del Prez sarà la Necrosonda, l’invincibile portatrice di morte, che verrà smembrata fino a ridursi a una telecamera senziente.

Jodorowsky sembra volerci dire che il Prez non è più vivo da tempo, che può solo osservare la realtà (la teleamera) senza poter intervenire su essa; la sua ultima mutazione in alleato di uno stupito Difool, è spiegato da Solune non come atto di volontà, ma perché “ha sempre obbedito al potere centrale, ed il potere centrale adesso siamo noi”.
La negazione della morte ha fatto di Sua Ofidità Maggiore, il grande serpente che cambia pelle, un involucro vuoto in cui altri pongono un contenuto.
Eppure, nell'ennesima e voluta ambiguità dell’Incal, solo tramite questo strumento la Galassia potrà arrivare al Sonno Teta (L'Incal V, 42) e sconfiggere la Tenebra.

John rifiuta la morte...
La negazione della morte di John subisce delle evoluzioni nel corso dell’opera: c'è un'evoluzione, un cambiamento perché John stesso cresce. Ovvero muore il vecchio io del protagonista, che rinasce nella continuità.
Questi cambiamenti, soprattutto all'inizio, passano attraverso il rischio della morte o la morte fisica (provvisoria) di John (vedi LA MORTE COME MECCANISMO NARRATIVO).

Inizialmente, quando viene gettato nel pozzo d’acido, John ha semplicemente ed animalmente terrore della
Orh
morte, perché si tratta di una morte fisica, e John ritiene di non essere altro che un corpo fisico.
Alla fine Difool (“The Fool”, la carta iniziale dei Tarocchi, lo stato di incoscienza dell’uomo) è cresciuto spiritualmente: non teme più una morte del corpo, una morte fisica, ma rifiuta la morte come perdita della propria individualità.
E questa è la vera differenza tra John e il Prez: il nostro eroe grida all’Incal: “Io non voglio fondermi nella tua unità! Io scelgo di essere me stesso dentro me stesso!” (L'Incal, VI, 36).
Ed è qui che John raggiunge la sua vera maturazione, con la scoperta del suo ruolo: incontrando Orh, scoprirà che l’Incal è il “portatore della somma dei sogni umani”e il germe della creazione del nuovo universo, di tutti coloro che l’hanno sognato o si sono donati perché vivesse.

John ha scelto di esserne escluso, ed ora che anela a dissolversi in questa pura coscienza, viene respinto: ciò che aveva scelto senza aver consapevolezza della scelta, viene ora affermato: lui è “il testimone eterno, la goccia che non si dissolve mai nell’oceano”. Così viene rimandato indietro nel tempo, alla sua iniziale caduta verso il lago d’acido per “imparare a ricordare”.

L’estrema fuga dalla morte (ma esiste una morte definitiva da cui fuggire?) è proprio in questo tempo
L'opera alchemica si compie
circolare che si piega su sé stesso per ricominciare: i sette predestinati tornano sulla Terra da cui si era originata la vicenda, John è solo come lo era all’inizio, l’Incal ritorna a Orh, l’universo ricomincia, John è al suo punto di partenza.

Solo ricordando sarà un ricominciare arricchito, una sorta di Eterno Ritorno nietzschiano, in cui l’uomo superiore accetta tutto il suo passato (e il ripetersi eterno della propria vita) come la condizione indispensabile per essere la creatura unica che è. 

Ma per chi conosce la filosofia di Jodorowsky, la fine era, tutto sommato, prevedibile: l’Universo che rinasce è il sogno della Galassia che medita. E come lo stesso Jodorowsky ha sperimentato nei suoi sogni lucidi, “il cervello non conosce la morte” [2].

Sta all’uomo saggio, al risveglio, trasportare gli insegnamenti ricevuti nei sogni in quel grande sogno lucido che è la realtà.


[1] Vedi il primo capitolo de Prima dell’Incal di Jodorowsky e Janetov, dal titolo I due orfani, dove il Prez si fa sostituire da un robot assolutamente identico, e così scampa dall’attentato organizzato contro di lui proprio da Difool.
[2] Psicomagia, cit. pag. 46.


Ricordare... per (non) ricominciare una volta ancora
Le immagini non mi appartengono, e sono tratte da Jodorowsky\Moebius, L'Incal, Edizioni Di. Esse, e le citazioni di cui si dà il riferimento, sono qui usate a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

lunedì 30 settembre 2013

IMPARARE A RICORDARE - LA MORTE NELL'INCAL 4

Ove Tenebrae!

4. L’accettazione della morte


Una delle strutture di base dell’Incal[1] risiede nel gioco di specchi e di duali corrispondenze.
In questa prospettiva sia l’accettazione della morte che la sua negazione possono essere interpretati in senso positivo o negativo.

Come abbiamo detto i Tecnos sono i rappresentanti e creatori del potere tecnologico. Essi sono devoti della tenebra e agiscono per il suo ritorno; sono organizzati in una vera e propria setta, una religione in un universo che non conosce Dio, con una struttura gerarchica al cui vertice planetario si trova un Tecno-papa: un riflesso rovesciato delle religioni "positive".
Ed è simbolico il fatto che la maggior parte dei loro prodotti robotici derivi dal riutilizzo di parti di cadaveri.
Jodorowsky racconta un universo che, lo ricordiamo, ha dimenticato del tutto l’esistenza di un Dio[2]: quasi ci vuole indicare che in esso il punto di partenza e di arrivo di questa tecnica futuribile non è solo la morte, ma una morte inutile e non creatrice.
Non un passaggio ad un nuovo stato ma il ritorno alla stasi.
Che significa pregare?
Tale diffidenza del poeta cileno nei confronti della tecnologia si può forse ricollegare a due dei caposaldi della sua Psicomagia: l’importanza da lui data al sogno lucido e alla capacità dell’uomo di sognare la propria realtà ed il proprio universo, modellandoli secondo la propria volontà e senza limitazioni [3].
Un affidarsi ai macchinari, alla loro precisione e alla loro capacità di compiere azioni per noi, rappresenta un freno alla nostra capacità di trasformare la realtà in  maniera autonoma.

In contrapposizione all’accettazione di una morte negativa degli adoratori della Tenebra, troviamo un sacrificio volontario rivolto alla salvezza: quello dei sei amici di John nel capitolo finale dell’Incal.

 


Tutti scelgono di dare la propria vita perché l’Incal possa respingere l’attacco della Tenebra, e la Galassia Che Sogna possa sconfiggere il proprio nemico. Questo Sogno nasce dal Sonno Teta... ma il sonno non è il fratello della morte?
Gli altri scelgono di superare sé stessi, donandosi per gli altri [4], ma Difool che non sa accettare questo sacrificio, non è pronto, non è consapevole.
John rifiuta la morte, ma lui non è più parte della realtà che sta mutando nel sogno: ne è il Testimone.

Ma sul rifiuto della morte parleremo più estesamente nel prossimo post.


[1] I Misteri, cit., pag. 53
[2] Lo si intuisce in Incal V, 41.
[3] Si veda tutto il capitolo III di Jodorowsky, Psicomagia. Una terapia panica, 1995, in Italia edito da Feltrinelli; si leggano in particolare le pagg. 54-55 

“Il sogno lucido mi ha insegnato a muovermi all’interno di una realtà duttile in seno alla quale si può produrre qualsiasi mutamento, qualsiasi trasformazione. Dipende soltanto dalla mia intenzione… La ‘realtà’ non esiste di per sé; istante dopo istante sono io che creo la mia realtà, allegra o sinistra, monotona o appassionante”.
[4] Vangelo secondo Giovanni, XV, 13. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Le immagini non mi appartengono e sono tratte da Jodorowsky\Moebius, L'Incal, Edizioni Di; queste, insieme alle citazioni elencate, sono qui riportate a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

domenica 29 settembre 2013

IMPARARE A RICORDARE - LA MORTE NELL'INCAL 3

Tanatah, Kill, il Metabarone e la violenza della morte

 3. Le molte facce della morte


Come detto, nessuna morte nell’Incal è “normale”.
Tranne nel caso dell’ultimo Berg-pappagallo (Incal VI, 10), tutte le morti sono violente, sia che si tratti di suicidi nel Viale della Città Pozzo, sia che si tratti di omicidi.
E diverse sono le concezioni della morte, e i personaggi legati ad esse.

E’ interessante innanzitutto notare che due personaggi richiamano direttamente la morte fin dal nome: Tanatah, simile a Thanatos, incarnazione della morte presso i Greci; e Kill Testa di Cane, l’assassino.

Per Tanatah la morte è un mezzo per arrivare al potere: uscita dal centro del pianeta, organizza l’Amok per i propri fini, e scatena una sommossa alla caccia dell’Incal, un tempo a lei affidato.
E’ la corrispettiva di Animah, sua sorella, e inizialmente assume nel gioco dei dualismi dell’Incal il ruolo di nemica mortale di John Difool. Per John si crea quindi il dualismo psicologico del connubio tra Amore (Animah) e Morte (Tanatah) [1]
La chiave di interpretazione di quest’ultima si trova solo nello scontro finale con la Tenebra (Incal VI, 32):  la “violenza criminale [di Tanatah, ndr.] è solo energia creatrice primordiale”, rivela l’Incal.
La morte come energia per la rinascita
E a questo proposito non si può dimenticare che per Jodorowsky “la violenza è la vita stessa… il sole è una grande violenza, la vita è una grande violenza” [2]. Non deve stupire quindi che, nel corso della vicenda, Tanatah da nemica di Difool (la morte come spinta dinamica, la morte di qualcosa che diventa qualcosa di nuovo) diventi sua alleata nella lotta contro la Tenebra (la morte statica, l'entropia, che non va oltre sè stessa).

Kill è un mutato.
Egli rappresenta gli istinti bestiali dell’uomo: il fatto di essere un cinocefalo (ovvero con la testa canina) lo avvicina anche ad Anubi, il dio Egizio che accompagnava i morti. Anche lui è un avversario di Difool ed è pieno di risentimento nei suoi confronti. Come capo dell’Amok si distingue nella sommossa per la spietata ferocia con cui conduce gli attacchi.
 Ma durante la discesa nel cuore del pianeta, accetterà di riporre la sua aggressività nei confronti di John, e diverrà suo alleato.
Nel momento cruciale, anche la sua bestialità rivelerà il suo ruolo nell’universo, un ruolo di tramite tra l’uomo e la natura simbolizzata dalla sua duplice natura: “Kill, la tua bestialità diventa dominatrice del reale!” (Incal VI, 32).
il Metabarone
Per il Metabarone la morte fa parte della sua indole ed del suo addestramento, è un elemento connaturato al suo essere.
Discendente di una Casta dedita alla sublimazione dello sterminio come esibizione della propria perfezione di guerriero[3], può inizialmente vivere solo in quanto uccide: l’ultima prova dell’iniziazione di un nuovo Metabarone è l’uccisione del proprio padre in un duello [4].
Ma dopo una vita di uccisioni su commissione egli trova un’alternativa: la protezione di Solune, affidatogli da Animah. Ed è quindi solo apparentemente curioso che il Metabarone, di cui tutti nell'Incal nutrono una grande paura per la sua spietatezza, in tutti e sei i volumi uccida solo per autodifesa o per proteggere Solune [5].

La Tenebra è “la forza negativa accumulatasi nel cuore dell’uomo” (Incal VI, 42).
Più che la negazione della vita, la Tenebra sembra rappresentare la staticità della pre-vita, le acque sulle quali aleggiava lo spirito di Dio prima della creazione. Lo scopo dei Tecnos che la venerano è infatti un ritorno del cosmo alla “sua oscurità immacolata” (Incal II, 5), alle Tenebre che, secondo la tradizione ebraica, ricoprivano l’abisso prima della Genesi [6].
Annestay [7] in essa vede un “vicolo cieco in un processo che permette di non vedere più la realtà, è l’annullamento tramite la follia”. A noi, invece, più che altro sembra un ritorno negativo alle origini, un ritorno alla stasi della non-vita/pre-vita (di una “non-violenza”, una “non-lotta” non in senso gandhiano ma Jodorowskyano).

Ma la vita ha bisogno del dinamismo secondo Jodo, così come Nietzsche disse che l’uomo deve essere guerriero: quindi il ritorno alle origini non può essere il ritorno all’incoscienza, ma un ricominciare più consapevole, che passa tramite l’accettazione della morte.

E proprio l'accettazione della morte sarà l'argomento del prossimo post.


[1]  Lo stesso legame amore/morte si ritrova in Barbarah, la Protoregina dei Berg: dopo l’amplesso che dà vita alla nuova generazione di Berg, essa uccide il suo compagno, in Incal IV, 42-47.
[2]  M. Monteleone, La talpa e la fenice – Il cinema di Alejandro Jodorowsky, Granata Press, 1993, pag. 69
[3] Vedi la storia breve ne I misteri, cit., pagg. 55-62, e i volumi di Jodorowsky-Gimenez, La casta dei Metabaroni, in Italia edita da Alessandro.
[4] Un’uccisione reale, non psicologica: un superamento del complesso di Edipo alla massima poten-za.
[5] Le uniche eccezioni sono proprio John e Deepo in Incal II, 31, ma in quel caso era indirettamente in gioco la vita di Solune.
[6] Genesi, I, 2
[7] I misteri, cit., pag. 30.


Tutte le immagini non mi appartengono, ma sono tratte da Jodorowsky\Moebius, L'Incal, Edizioni Di, e come le citazioni da altre opere, sono qui riportate a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

venerdì 27 settembre 2013

IMPARARE A RICORDARE - La morte nell'Incal 2


1.    La morte come meccanismo narrativo


L’Incal è impostato come un romanzo d’avventura, con una sapiente miscela di alcuni suoi sottogeneri come il giallo e la Science Fiction.
Il ritmo serrato della narrazione si fonda su un piano generale che si svela lentamente agli occhi del lettore, nascosto sotto l’apparenza di una serie pressoché ininterrotta di colpi di scena e di situazioni cliffhanger: i personaggi sembrano ripetutamente senza via d’uscita, ma si salvano (o vengono salvati) all’ultimo istante.
Le azioni del protagonista John Difool, ad esempio, sono quasi sempre determinate da un meccanismo “pericolo di morte – salvezza - nuovo pericolo” [1]:



a ben guardare egli sfugge (quasi sempre all’ultimo istante) a una morte pressoché certa almeno venti volte nel corso delle duecentonovantuno tavole dell’opera, e per ben quattro volte muore effettivamente!


Abbiamo riportato i numeri solo per dare un esempio della frequenza di questo “fenomeno”, ma nell’Incal leggiamo come anche altri personaggi subiscono questo destino (l’Imperoratrix, i sei compagni di Difool…), e che a questo spunto narrativo della “fuga dalla morte”, tipico del feuilleton,  si aggiunge spesso quello altrettanto tipizzato della “Discesa agli Inferi”, caratteristico del genere fantasy[2]: ad esempio lo vediamo nell’immersione dentro il pozzo d’acido, ad Aquaend, nella discesa di Solune/Incal nella Tenebra dentro la mente del Tecnocentratore e così via.


La morte (o il suo rischio) sembrerebbero quindi il motivo dominante dell’opera se non che…

Se non che tale meccanismo narrativo, tutto sommato abbastanza semplice, è diffusissimo soprattutto nei primi volumi dell’opera, per scomparire quasi del tutto in seguito.

Se sopportate “l’aiuto dei numeri”, potrete vedere come John sia a rischio di morte ben undici volte nei primi due episodi (e muore/viene ritenuto morto per ben tre!), e solo tre volte negli ultimi due (e non muore mai).
Questa disparità nell’uso dell’artificio narrativo può essere dovuto sia alla sua abbondante ripetizione nei primi volumi (e quindi alla stanchezza che esso può generare nel lettore), sia al fatto che dal terzo volume ormai tutti gli elementi del quadro sono stati finalmente presentati, non è più necessario “tenere incollato alla pagina” il lettore con il desiderio “di vedere come se la cava stavolta l’eroe”, e la storia può procedere con un respiro più ampio.


In effetti sembra necessario tenere maggiormente in considerazione questo secondo motivo: nonostante gli attestati di disimpegno nella creazione della storia, è evidente che (almeno inconsciamente) Jodorowsky abbia trasferito sulla pagina il risultato delle sue riflessioni filosofiche e del suo immenso bagaglio esoterico. Ma Jodo è un ottimo imbonitore e conosce vizi, virtù e segreti dell'arte: come non pensare che si sia reso conto che l’operazione poteva risultare piuttosto ostica per i lettori?


Ecco quindi che il ritmo della narrazione avventurosa (con la sua caratteristica principale: il rischio) serve a tenere desta l’attenzione del lettore concentrandola inizialmente su una trama apparentemente lineare, per fornire in maniera lenta i tasselli indispensabili per affrontare la parte più complessa dell’opera.
Quando il rischio di morte (o la morte) dei personaggi riapparirà negli ultimi volumi, avrà così un significato e una funzione narrativa ben diversi da quelli iniziali.



Nel prossimo post... Le molte facce della morte nell'Incal! Non perdetevelo! 


PS: di fronte alle minacce del Giocher, la pubblicazione delle diverse parti dell'articolo procederà spedita. Mai vorrei che il Giocher si dispiacesse e per questo rallentasse la **sua** produzione sul blog di Cinematografia Patologica. Come? Non conoscete Cinematografia Patologica?
Empi!
Che l'Imperoratrix vi prenda! Cliccate qui e divorate le recensioni su capolavori del Grande Schermo noti e meno noti!

[1]  Ad esempio nel primo volume (L'Incal Nero) la sequenza delle tavole 17-24: John sfugge alla folla (che vuole ucciderlo solo) perché il commando Berg e poi quello dei mutanti attaccano; ma nella fuga viene catturato dai Gobbi del Prez. Portato nel palazzo volante rischia la morte, ma si salva all’ultimo istante grazie all’Incal solo per finire nella Città-Tecnos dove sta per essere sezionato… e il ciclo ricomincia.

[2] tra le più celebri "discese agli Inferi" fantasy\avventurose ricordiamo Ulisse nella Grotta di Polifemo (Odissea), la discesa nell'abisso del Jokull (Viaggio al Centro della Terra), l'attraversamento delle prigioni di Khorshemish da parte di Conan (La Cittadella Scarlatta), Frodo e la Compagnia dell'Anello a Moria (Il Signore degli Anelli - La compagnia dell'Anello). E come dimenticare il "Mondo perduto" sotterraneo esplorato da Tex ne "le terre dell'abisso" (Tex Gigante n° 46-47) o l'anticamera dell'Inferno de "Il signore dell'Abisso" (Tex 101-103)?

Le tavole e le citazioni dei testi sono tratti da Jodorowsky-Moebius, L'Incal Nero, Edizioni Di, e sono di proprietà dei rispettivi autori ed editori; sono qui riportate a mero corredo dell'analisi. Questo blog non è a fini di lucro.