domenica 28 luglio 2013

La recensione che non ti aspetti! - Sprawloqui 2


SECONDA DOVEROSA PREMESSA – 
LA RECENSIONE QUI PRESENTE



Fuori da discorsi validi per qualsiasi recensione, devo però motivare il perché di questa recensione qui ed ora.

Questo blog nasceva dalla mia volontà di testimoniare prima di tutto a me stesso, di avere uno spazio esterno\interno di riflessione su DanG.E.R., l'ennesimo (beh, in realtà il quinto) progetto che avevo ideato con lo scopo di proporlo all’autore di Sprawl.
Progetto (da lui richiesto nel marzo 2010) su cui lui si era dichiarato entusiasta, come era già accaduto per altre iniziative che gli avevo proposto in precedenza. Non vedeva l'ora di disegnarlo, mi ha detto e scritto. Quando poi ha iniziato a lavorare per la Sergio Bonelli Editore, mi ha comunicato di aver considerato questo progetto una sorta di “valvola di sfogo” rispetto a una serie di vincoli grafici imposti dalla casa editrice milanese, che all’epoca aveva una visione più tradizionalista del disegno rispetto all’autore.
Ma proprio quando questi ha iniziato a lavorare con più concretezza a Sprawl è avvenuta la distanza di cui sopra, e DanG.E.R., come altri progetti prima di lui, è “morto” come collaborazione.

Il mio Karma non prevedeva
un fumetto completato...

Ma io non ce l'ho con Sprawl.


Sprawl a fumetti
Recensirò  Sprawl ANCHE perché rientra in uno dei miei interessi fumettistici degli ultimi tempi: il fumetto next level. [2]
Sprawl è uno dei tanti esperimenti che si stanno testando, approfittando di questo periodo di “interregno” tra il fumetto cartaceo tradizionale e quello digitale che verrà.
Il fumetto digitale 2.0 non è ancora nato, per ora si dibatte più che nei vagiti del travaglio, negli esperimenti di combinazione del DNA.

Definire Sprawl “uno dei tanti esperimenti” non implica necessariamente un valore negativo: è una considerazione neutra. Sprawl rientra all'interno del fenomeno di fumetti-pdf pubblicati sul web: fumetti che potrebbero essere comodamente cartacei [3] ma che per esigenze di costi di produzione e soprattutto di distribuzione vengono affidati al mare magnum del web e del digitale.

Sprawl è pronto a conquistare il web

Sprawl è però un progetto che amplia la banale dinamica “scansione tavole\pubblicazione su sito”: l'autore ha cercato di integrare il core (non leggetelo alla romanesca, please!) del progetto, ovvero le tavole a fumetti, con supporti musicali, gadget, produzione di testi di corredo e di ambientazione. Tutti materiali di corredo che hanno potenzialità interessanti.
Ancora più  particolare è il fatto che tutto il progetto, ampliamenti inclusi, finora sia sostanzialmente one-man-made. 

Altra cosa singolare: nonostante questi aspetti, il progetto ha avuto una bassa visibilità  e quasi nulla critica, per ragioni che è interessante analizzare.
Gran parte delle reazioni e dei commenti sono stati poco approfonditi: spesso genericamente entusiasti, ma raramente motivati.

E questo, all'interno di una situazione della critica fumettistica ben evidenziata da Andrea Queirolo QUI, è un trend abituale, ma fin troppo veloce persino nell'era del web.
All'autore che si lamentava in mesi passati della mancanza di analisi, avevo risposto [4] che un “mi piace” richiede un secondo, e non è impegnativo. Un'analisi richiede tempo, e il tempo è uno dei beni più prezioso che abbiamo nel nostro mondo occidentale in cui il benessere resta comunque abbastanza diffuso.

Insomma: questa recensione vuole esaminare il perché un prodotto obiettivamente di discreta qualità, se non di buon livello, non abbia avuto il riscontro che opere sicuramente minori hanno avuto. E vuole essere un punto nell'analizzare i risultati che l'autore, che ha collaborato con alcune delle principali case editrici italiane seppur senza “piantare definitivamente le tende”  in nessuna di esse, ha raggiunto nel bene e nel male.
Risultati che hanno una pregnanza resa rilevante dal profondo legame con un'opera profondamente personale.

Inoltre, la recensione vuole avere una funzione “catartica” di presa di distanza da autore ed opera; e insieme essere una sfida a me stesso: riuscire a fare una recensione valida per tutti nonostante le lenti descritte sopra.

Diffida al 60%
L'analisi, purtroppo, non può avvalersi di immagini del fumetto. Ciò potrà  sembrare paradossale, ma è una necessità. In altri tempi l'autore mi ha scritto (cito letteralmente): “In nessun caso però potrai far uso dei miei disegni senza previa autorizzazione da parte mia e senza dichiararne il copyright”.
Ora, nell'analisi a fini di recensione, non avrei alcun problema a usare le immagini. Lo dice la legge. E probabilmente favorirei l'autore più pubblicando le sue immagini che non pubblicandole.
Ma vale quanto detto sopra sui rapporti deteriorati, e una diffida, per quanto seguita da un’emoticon sorridente, è una diffida. Anche se non c'è scritto “diffida” nell'intestazione.
Quindi ecco la presenza di immagini balzane, che non hanno nessuna intenzione di burla, diffamazione o oltraggio all'autore, ma vogliono almeno suggerire ciò che non posso rappresentare. Con un tocco di ironia ma, conoscendo l'autore, credo ci sia permesso. I riferimenti alle tavole sono, invece, puntuali.
Ciò ha trasformato ancora di più la costruzione della critica in una sfida divertente dal mio malato punto di vista. Una tentazione irresistibile.

Ma ora basta preamboli: si parte.
Troverete il fumetto QUI.


[2] Se volete sapere cosa penso di alcune di queste iniziative, leggete QUI e QUI le mie idee, pubblicate su Conversazioni sul Fumetto.
[3] il progetto-Sprawl prevede per il fruitore la possibilità di stamparsi in proprio l'albo.
[4] comunicazione privata avvenuta tramite Facebook.

PS: immagini e testi riportati non sono di mia proprietà. Questo blog ha fini di recensione, non di lucro!

La recensione che non ti aspetti! - Sprawloqui 1

CAMMINI E DISTANZE
(ANALIZZANDO SPRAWL)

Lazing on a Sprawling afternoon


PRIMA DOVEROSA PREMESSA – 
LA RECENSIONE COME VERITA' DEFORMATA

Cosa occorre per realizzare una recensione che abbia un qualche valore?
Si potrebbe rispondere: un certo rigore formale; un minimo di vocabolario tecnico; un po' di occhio critico. E tanta obiettività.
I rischi di fare recensioni

O forse no.

Forse l'obiettività, nelle scienze umane, è un mestiere che non si impara mai in modo definitivo. E' un'arte sempre in bilico, un equilibrio raggiunto a fatica ogni volta e sempre in discussione. L'obiettività risponde a un'esigenza di distanza dall'oggetto studiato che nelle scienze umane non si può  mai avere del tutto. Soprattutto nelle recensioni: si recensisce ciò che, per qualche ragione, a nostro soggettivo e inappellabile giudizio ha attirato la nostra attenzione e richiede un nostro giudizio. 

La deformazione e i suoi pericoli
Così, forse, invece che appellarsi a una pretesa, impossibile separazione netta, a un punto di vista divino e atemporale, ogni volta che scriviamo una recensione dovremmo specificare che tipo di lente abbiamo usato, a quale distanza abbiamo visto la nostra opera, quale è il nostro grado di deformazione e di coinvolgimento.
Così il lettore, purificato dall'illusione dell'obiettività e dal contrario timore della non-obiettività, è libero di recensire la recensione, di valutare ciò che ogni critica è: il punto di vista del critico, non la verità assoluta.
Leggere una recensione, insomma, diventa una duplice attività: farsi un'idea dell'opera di partenza, e farsi un'idea del recensore.

“La sincerità invece che l'obiettività”. Questo potrebbe essere il motto del recensore… sincero.
Una sincerità, che può essere vera o talvolta semplicemente dichiarata: capire questa sfumatura è compito del lettore. Perché il recensore che si propone la sincerità, può non essere consapevole fino in fondo dei suoi limiti. Come si può spiegare un colore a chi è cieco dalla nascita? Noi vediamo con i nostri occhi, vediamo con le capacità della nostra retina. Possiamo abbozzare, intuire, un eventuale errore, accettare suggerimenti di occhi altrui che fanno vedere ciò che non sappiamo vedere da soli. Ma un disciplinarsi può superare realmente la percezione?
Percezioni... distorte.
Non si rischia di essere come quei docenti consapevoli di avere un pregiudizio nei confronti di alcuni alunni (positivo o negativo che sia questo “effetto alone”)? Questa consapevolezza li porta ad arrovellarsi: quel 6 in un tema è stato dato invece che un 5 perché si è prevenuti oppure no?
Ancora una volta: al lettore della recensione l’arduo compito di rispondere e di valutare.

Tutto questo per poter arrivare alla lente che mi deforma la visione di Sprawl, “virtual manga”.

Sprawl mi ha fatto un po' male?
La mia prima lente è dovuta al fatto che io ho avuto un rapporto di collaborazione di dodici anni con Massimo Dall'Oglio, l'autore unico di questo fumetto finora solo digitale; e ora ho interrotto i rapporti con lui.
Si aggiunga che, dal mio punto di vista, le responsabilità di questa distanza sono da ascrivere più a lui che a me. Inoltre, la faccenda è stata molto dolorosa per il carico di aspettative sulla collaborazione e sulla persona che ho maturato in questo lunghissimo periodo di tempo.




In secondo luogo leggo poco (e male) i manga giapponesi. Ne consegue che ho una conoscenza molto superficiale del vasto mondo di quello che viene chiamato global manga.
Sprawl è anche un fumetto con modelli giapponesi

In terzo luogo il cyberpunk è un genere che non amo in modo particolare. Il Gibson di Neuromante mi ha annoiato assai, a suo tempo. Matrix mi ha esaltato, ma si è perso in quella che sembra la deriva inevitabile dei presupposti dati dal cyberpunk stesso: il gioco delle scatole cinesi (o giapponesi) senza fine, in un buddhismo semplificato e rimasticato in salsa occidentale. Un cammino che sembra saper vedere solo lo schermo (la Maya, l'illusione), ma non la via di uscita dall'illusione stessa (la via dell'ottuplice rinuncia, il nibbana), in nome di una pretesa, impossibile, sciocca fusione col mondo.
Un buddhismo che diventa malinteso dantismo cattolico [1].
Malinteso Buddhismo ovunque

Questi sono i miei (cann)occhiali: certo non mi fanno vedere meglio di altri, ma mi forniscono la mia unica visione possibile in questo momento. Non le ricorderò  oltre al lettore di questa recensione: sia il lettore a ricordarsele.

Perché una recensione non è un atto di fede: è sempre una proposta di dubbio.


[1] il vero dantismo (cattolico) beninteso ha una dignità assoluta, così come ogni filosofia ben ponderata. Dante è uno dei vertici dell’umana intelligenza, una giustificazione bastevole per l’esistenza dell’uomo, per dirla alla Borges.
Ma oggi sembra quasi che il modaiolo pseudo-mistico con sfumature nextage sia la regola. Vedi “Magic Shop” di Franco Battiato da “L'era del Cinghiale Bianco”.

PS: immagini e testi riportati non sono di mia proprietà. Questo blog ha fini di recensione, non di lucro!

lunedì 15 luglio 2013

Di miti e fumetti

 
Se non aprite i link del lato destro (chissà perché! :-p ) vi segnalo che QUI parlo di miti, ma a partire da un fumetto: Mytico! numero 30.

lunedì 8 luglio 2013

Demoni e dei - Da Mao Dante a Devilman



Un altro articolo realizzato in altre epoche (Clark’s Bar #0, 2000) rivisto per questo blog.

 DEMONI E DEI



Da Mao Dante a Devilman



ATTENZIONE, 
CONTIENE SPOILER!  
NON DITE CHE NON VI AVEVO AVVERTITO! 

1. Dal Re Demone Dante ad Amon
Perchè un adattamento della Divina Commedia con illustrazioni di Dorè si trovasse nella casa di un Go Nagai bambino, neppure il maestro lo sa spiegare. E’ certo che il futuro mangaka fu colpito nel vivo dall’immaginazione di Dante e dalla potenza delle illustrazioni di Dorè. In particolare Nagai ha affermato di ricordare la raffigurazione di Lucifero nel canto XXXIV dell’Inferno: là il diavolo, semisepolto nel ghiaccio, con tre teste e tre bocche divora eternamente Giuda, Bruto e Cassio.

Come il creatore di Mazinga ha narrato più volte, proprio questa immagine nel 1971 gli diede lo spunto per l’incompiuto Mao Dante [1].
Per l’autore si trattava di in un periodo in cui erano ancora vivaci le critiche al suo Harenchi gakuen (“Scuola senza pudore” del 1968) portate dai cosiddetti “benpensanti”.
Sulla conclusione di Mao Dante Nagai afferma: “… come in Devilman, l’umanità, la società artificiale che gli uomini hanno costruito su una morale artificiale, sarebbe andata distrutta. Probabilmente il mio odio verso il genere umano derivava dall’assoluta mancanza di fiducia in quella società che mi stava trattando come un nemico pubblico e voleva mettere al rogo i miei fumetti…”[2].

Le vicende di Mao Dante e del successivo Devilman sono sufficientemente note: autore in ascesa, Nagai ebbe carta bianca dalla Kodansha per realizzare Mao Dante, serie destinata alla nuova rivista Bokura Magazine; poco dopo la Toei Animation lo contattò per una serie televisiva ispirata al personaggio, chiedendo a Nagai di mitigare alcuni tratti di Dante, poiché “l’atmosfera piuttosto truce del racconto, il fatto che, da qualunque angolo lo si leggesse, il protagonista era l’incarnazione del male, lo rendevano un lavoro poco adatto al pubblico infantile”; poi la chiusura improvvisa della rivista, l’interruzione di Dante, la scelta di Nagai di non riprendere il personaggio, ma di narrare in forma di manga la vicenda di un Devilman ben diverso da quello apparso nella serie televisiva.

In questa sede analizzeremo come nelle prime versioni manga delle due opere [3] vi siano alcune importanti differenze nella caratterizzazione della figura di Dio e in quella dei demoni; invece resta costante in entrambi la sfiducia di Nagai verso l’uomo ed il rovesciamento dei valori attribuiti comunemente agli antagonisti.

2. Dio, l’avversario. Satana, l’eroico ribelle.

Il Dio dei cristiani e Satana [4], il ribelle incarnazione del male, sono figure estranee alla tradizione giapponese: la loro concezione nel paese del Sol Levante deriva direttamente da modelli occidentali.

Nei due manga di Nagai è però fondamentale il rovesciamento dei valori: fin dal Romanticismo [5] l’inversione delle accezioni comunemente attribuite a Dio e Satana significava l’opposizione tra schemi e valori consolidati ma restrittivi, e le esigenze di libertà e progresso degli artisti, bollati spesso come “demoniaci”.
Abbiamo già ricordato come la società giapponese avesse scatenato una campagna moralistica contro i lavori di Nagai: sentirsi “demonizzato” fu per l’autore la molla per trasfigurare una società opprimente in un Dio che dice d’essere buono, ed invece è un Dio di distruzione; al contrario le figure che dovrebbero essere malvagie divengono gli oppressi e i “buoni” della vicenda.

Il Dio di Mao Dante è genialmente sdoppiato: si tratta di un’entità extraterrestre di pura energia dotata di volontà, ma anche della maggior parte dell’umanità stessa.
L’origine aliena e la differenza di essenza di Dio sono un efficace simbolo della distanza tra questa divinità, il nemico che “trasformò la placida Terra in un inferno di violenza”, e la vera umanità. Un’umanità imbevuta di valori positivi, rappresentata paradossalmente da satanisti e demoni.

Lo scopo dell’attacco a tradimento di Dio è uno solo: da essere di pura energia vuole avere un corpo, prendendo quello degli umani originari; prima, però, Dio mostra alle indifese genti di Sodoma la sua potenza, facendo una strage.
Per quale ragione l’alieno volesse prendere i corpi degli uomini resta ignoto: forse, come farà Satana in Devilman, Dio voleva sperimentare la vita degli uomini [6].
Dopo il rifiuto di questa suprema violenza, Dio (scaturito dal vendicativo Dio dell’Antico Testamento, più che dal Dio d’amore del Nuovo) stermina gli abitanti di Sodoma e Gomorra, e invade con la sua essenza dei primati, trasformandoli in nuovi uomini: l’umanità attuale discende sia dai sopravvissuti di Gomorra (uomini originari) che diverranno i satanisti, sia dai “nuovi” uomini, ovvero la coscienza di Dio distribuita in miliardi di corpi.

In Devilman la figura di Dio è più sfumata ed è ispirata alle profezie dell’Apocalisse. Certo, non mancano i riferimenti a Mao Dante (la luce di Dio che si ritira dalla Terra nello spazio in attesa dell’Armageddon cita la tavola dell’arrivo di Dio in Mao Dante), ma Dio manca di “personalità”.

Permane la sua ostilità nei confronti dei demoni, ma questa volta non si tratta di un attacco portato da un estraneo: secondo Satana, Dio creò i demoni, ma ne restò scontento e decise di eliminarli.
Un Dio ingiustamente punitore (dice Satana: “Dio decise di distruggere questo microcosmo… lo aveva creato, ma non per questo aveva il diritto di distruggerlo!”) ma ancora attivo nella sua creazione.
Ed un Dio perdente: Satana ed i demoni vinsero e scelsero liberamente di ibernarsi per prepararsi allo scontro con Dio.

Divenuto un deus otiosus, egli torna solo alla fine dei tempi: prima impedisce l’olocausto nucleare, poi invia i suoi angeli dopo che l’Armageddon si è compiuto. Insomma: un Dio lontano, che al momento dello scontro finale tra Devilmen e demoni non combatte, ma si ritira dalla Terra, lasciando ai due antagonisti la lotta e intervenendo solo dopo.

La figura di Dio in Devilman non è dunque molto diversa da quella descritta in molte leggende ebraiche [7], dove si parla di innumerevoli mondi (tutti abitati dall’uomo) creati da Dio prima del nostro, ma di cui il creatore non rimase soddisfatto, tanto da distruggerli tutti senza lasciarne alcun ricordo o rimpianto.
Dio è quasi uno scienziato con uno scopo arcano che non esita a sterminare le cavie dei suoi esperimenti, anche se sono creature intelligenti: Dio crea e distrugge solo perché gli è possibile, senza vincoli etici di alcun genere.

Di contro Satana.

Figura solo accennata nel primo, incompiuto Mao Dante (è invocato per la battaglia finale contro Dio, ma il manga si interrompe poche pagine più avanti senza che il Re dei Diavoli appaia), Satana è la chiave di volta di Devilman.
Egli è motore della vicenda sotto le spoglie di Ryo Asuka: si fonde con un umano per capire i suoi nemici; è lui a far sì che Akira Fudo diventi Devilman; è lui, infine, a scatenare l’Armageddon.
Ed è anche lui una figura di derivazione romantica: il ribelle divenuto tale per senso di giustizia [8]. Dante insorge contro l’imposizione di Dio a perdere la propria umanità: Satana si rispecchia in lui più che nella psicologia sostanzialmente piatta di Akira Fudo/Amon [9].

Al contrario del protagonista di Devilman, Satana ha una psicologia complessa, l’unica degna di questo nome in tutta l’opera: Dio è assente; gli uomini sono delle bestie che sanno solo annientarsi a vicenda; i demoni, tutto sommato, sono sempre uguali a sé stessi, legati in un immutabile schema di evoluzione (che combattano tra loro o contro gli uomini, è sempre una lotta che vede prevalere il più forte fisicamente); i Devilmen si trovano coinvolti loro malgrado e, come Akira, alla fine non sanno trovare un motivo per lottare che sia diverso dalla sopravvivenza prima e dall’istinto di distruzione dopo.
Tutti lottano con la forza e per l’elementare bisogno di sopravvivere, Satana no: prima è mosso dalla compassione verso i demoni che Dio vuole distruggere; poi dall’ira di chi vede cancellata la pace della Terra; in seguito dall’amore; ed infine è in grado di pentirsi e di capire i suoi errori.
Nagai sceglie non casualmente di dare a Satana l’aspetto tipico degli angeli della tradizione ebraica (dodici ali invece delle due dell’iconografia cristiana): in alcuni commenti rabbinici alla Bibbia [10] la rivolta di Satana fu originata infatti dal suo rifiuto di riconoscere nell’uomo la suprema creatura di Dio.

Nel bellissimo e profondo finale del manga vi sono solo Akira (morto? morente?) e Satana in riva ad un mare tranquillo, dopo l’Armageddon. Tutti gli altri sono assenti, forse morti, e Satana/Ryo riconosce i suoi errori: non è uno sconfitto per un’inferiorità in forza (come è in realtà l’idea della concezione cristiana [11]), ma per un difetto di moralità: finché si ribella giustamente a difesa del debole contro la prepotenza del più forte, vince e riesce a cacciare Dio dalla Terra [12]; quando nei confronti degli uomini agisce come il suo creatore, perde sé stesso e lo scontro: demoni e uomini distrutti, il suo amore ucciso, decine di angeli scendono sulla Terra.

Nell’ultima tavola di Devilman, Satana non sembra più intenzionato a difendersi: non ha saputo usare verso gli uomini la compassione che lo aveva spinto a rivoltarsi contro Dio, e li ha battuti solo perché essi erano peggio di Dio e dei demoni. In fondo Dio distrugge per i suoi fini, i demoni perché è la loro natura, gli uomini per irrazionale paura... E Satana si è reso davvero come Dio: anche lui, alla fine, ha distrutto per i suoi fini, per quanto nobili potessero essere all’inizio.
Ma si sa: la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni.

Così l’amara autocritica di Satana è la riflessione di chi è pentito per i suoi errori: l’idea che un fine giusto non si possa mai raggiungere con mezzi ingiusti, è il tema che rende Devilman un capolavoro del fumetto non solo giapponese, ma mondiale.

3. La razza antica
Dai Micenei della saga dei Mazinga, alle razze preistoriche nemiche dei Getter Robot, fino ai sudditi della regina Himiko (dai, per me sarà sempre Inika!) avversari di Jeeg, l’opera di Nagai è attraversata dal tema di una razza segreta, precedente all’uomo, che si risveglia dopo millenni per riconquistare la Terra.

Questa idea sembra la sintesi di due fobie ataviche del popolo giapponese: da un lato il costante timore dell’invasione e della distruzione della cultura e del popolo del Sol Levante [13],  dall’altra la negazione del diritto divino al possesso della propria terra: se i demoni precedono l’uomo, la guerra per riavere ciò che era di loro possesso è giusta [14].

A ciò si aggiunge che l’insipienza degli uomini li ha spinti a devastare la Terra, rovinando ciò che non era loro.
In Mao Dante quest’ultimo elemento è sottolineato: la pacifica ed ideale società preistorica dei futuri demoni, cioè dei veri ed originari esseri umani, è capace di un rapporto equilibrato con la natura. Ma essa viene spazzata via da un Dio extraterrestre e sostituita da nuovi uomini, emanazioni fisiche dell’invasore, in grado solo di deturpare il pianeta inquinandolo e trasformandolo senza alcun rispetto.
La violenza e la prevaricazione di questa nuova razza umana sono del tutto conformi al carattere del loro creatore: la loro morale, la loro pretesa di essere nel giusto e di poter giudicare e condannare chi sia “diverso” dal loro “pensiero comune”, risale alla loro matrice, il Dio spaziale.
Un Dio che distrugge solo perché può farlo e perché non considera altro che sé stesso e le proprie esigenze.

In Devilman, al contrario, questa devastazione appare molto sfumata, limitata solo ad alcune frasi di Satana (“Quando mi risvegliai, la Terra era cambiata! Quella Terra bellissima… rovinata da una nuova specie di esseri viventi: gli uomini!… Quella terra che io avevo difeso con tutte le mie forze! Rovinata da quelle bestie!”): in questo secondo manga sembra prevalere il tema della concorrenza con gli uomini, con Dio spettatore lontano.

Differente è anche l’origine dei diavoli. In Mao Dante si tratta di uomini che per la loro capacità di resistere non sono stati annichiliti dall’energia di Dio, ma anzi la hanno assorbita, controllandola. Il potere di Dio rivolto contro di lui, esattamente come accade per gli angeli ribelli della tradizione cristiana. Sconfitti da Dio e perseguitati dai nuovi umani, i demoni si sono nascosti tra i ghiacci, in attesa che gli uomini perdessero il loro rapporto con la loro coscienza collettiva che era Dio, per poterlo finalmente sconfiggere.

Sembra ovvio vedere in Dio e nella nuova umanità una raffigurazione degli accusatori di Nagai, convinti di essere nel giusto in quanto interpreti di una morale comune ma arbitraria, e persecutori di chi vuole mantenere la propria individualità; di chi rappresenta la “vera” umanità o, per meglio dire, i suoi aspetti migliori.
Contro il crudele Dio “somma di tutti gli uomini”, si stagliano Dante e gli abitanti di Sodoma, che rifiutano di permettere che Dio si impadronisca dei loro corpi.

In Devilman la metafora assume caratteristiche ancora più pessimistiche: i demoni non sono più la vera umanità, ma forme di vita arcaiche dotate del potere di metamorfosi e di una indefinitezza nelle forme e nell’essenza che risale alla loro struttura primitiva (e forse simbolo della flessibilità e dell’apertura al nuovo dell’autore, contro la stabilità e, in definitiva, la chiusura degli uomini).
Ma proprio questa capacità di cambiare, di mutare, li lega strettamente alla natura: diversamente dagli uomini, i demoni sono in continua evoluzione. Per loro la lotta per la sopravvivenza è quotidiana e amorale, ma non mancano di sentimenti (come dimostra il legame tra Silen e Kaim) anche se non in senso umano.
Dal loro punto di vista, la lotta contro Dio è lotta per la vita; la guerra contro gli umani, invece, solo il naturale scontro tra due specie per stabilire quale sia la più forte.
Il conflitto è nel loro codice genetico.

L’umanità invece lotta non per evolversi, ma per autodistruggersi: se i demoni, ostili l’uno all’altro per natura, sono però uniti contro i nemici comuni, l’umanità, che già prima del risveglio dei demoni aveva devastato la natura, ignora la follia di quest’atto e al momento della guerra finale non sa fare altro che annientarsi da sola, in preda a cieco odio e ad una paura che non trova mai il limite nella razionalità.
L’uomo perde perché non sa essere etico e, al contrario di quanto accade in Mao Dante, non esiste neppure una parte originaria di umanità intrinsecamente buona.

In questo mondo di violenze contrapposte, l’unica creatura raziocinante è Satana: uomini e demoni sono irrazionali, e nella comune irrazionalità si possono fondere, perché sono più simili di quanto essi stessi non vogliano ammettere; gli scontri tra Akira Fudo trasformatosi in Amon e i demoni si svolgono sotto le bandiere di una violenza e di una crudeltà naturale, di uno scontro basato sulla forza ma non sulla pianificazione; Satana (sia quando crede di essere Ryo Asuka, sia quando è sé stesso) concepisce piani, vuol conoscere il nemico per batterlo più facilmente: i demoni e i Devilmen sono solo gli esecutori, pronti alla lotta e disposti ad accettare la legge del più forte.

Se in Mao Dante  vi erano i “demoni = veri uomini con sentimenti puri”, Akira ed i suoi simili sono umani con i poteri dei demoni, ma senza differenze caratteriali.
In effetti gli avvertimenti di Ryo/Satana ad Akira, sul pericolo che prevalga la malvagia indole demoniaca dopo la fusione, si rivelano quantomeno esagerati: le reazioni degli uomini all’attacco dei demoni, con la dittatura militare, la repressione di qualunque “devianza”, la cieca follia della folla scatenata contro la casa dei Makimura fanno ipotizzare che per Nagai se la violenza nei demoni è naturale e amorale, negli uomini sia dovuta a pura malvagità.

Testimone di questo fatto è la decisione finale di Akira: la morte di Miki toglie ogni ragione alla lotta in difesa di un’umanità peggiore dei demoni e afferma che “Anche se non devo più proteggere gli uomini, voglio vedere chi sopravviverà! Gli uomini o i Devilmen!”.
Per lui e per i suoi compagni ormai esiste solo una lotta senza altro scopo che non sia la distruzione, ancora una volta una lotta che prescinde dalla giustizia e che si risolve solo in termini di forza.

In entrambe le opere la naturale conclusione cui porta il pessimismo di Nagai è dunque una sola: per l’umanità, naturalmente crudele e malvagia come uomini e devilmen, ma non altrettanto forte, non c’è più posto.

La trama dei due manga

MAO DANTE
Il re Demone Dante si fa liberare dai ghiacci dal giovane Ryo Utsugi, e poi lo divora. Evocato dai satanisti, devasta Nagoya, ma dentro di lui prevale la volontà di Ryo. Dopo uno scontro contro Zenon (demone alleato di Dio per paura), Ryo vede la crudeltà degli umani contro i demoni. Infine scopre che in realtà è sempre stato Dante, incarnatosi per conoscere gli uomini e batterli. Milioni di anni prima i pacifici umani di Sodoma erano stati assaliti da un alieno (Dio) che voleva impadronirsi dei loro corpi: Dante aveva resistito e chi, come lui, non era stato distrutto, era divenuto un demone; sconfitti da Dio, i demoni si erano ibernati in attesa della rivincita. I satanisti discendono dai sopravvissuti al Diluvio scatenato da Dio, mentre gli altri uomini non sono che parti dello spirito di Dio incarnati in corpi di primati. Tornato in sé, Dante evoca i demoni (tra cui Satana) per la battaglia finale, ma a questo punto il manga si interrompe.

DEVILMAN 
Akira Fudo scopre dal suo amico Ryo Asuka la minaccia dei demoni: questi sono una razza preistorica che, svegliatasi dall’ibernazione, vuol sterminare gli uomini. L’unico modo per fermarli è fondersi con uno di loro per assumerne i poteri, sperando che l’animo umano prevalga. Akira accetta e, dopo un sabba, diviene un Devilman impadronendosi del corpo e dei poteri di Amon. Dopo una serie di scontri con i demoni del re Zenon, l’umanità scopre i demoni e reagisce col panico, favorendo così le fusioni disordinate tra uomini e demoni: nascono nuovi Devilmen, perseguitati da un’umanità incapace di riconoscere in loro i suoi difensori. Mentre la guerra nucleare è fermata da una misteriosa luce venuta dallo spazio, Ryo ricorda di essere in realtà Satana, re dei demoni, sceso tra gli umani per comprenderli e distruggerli meglio: persa la memoria, si era innamorato di Akira e lo aveva voluto salvare. Una folla impazzita uccide Miki, la ragazza di Akira, e questi decide di lottare non più per salvare l’umanità, ma solo per distruggere i demoni. L’umanità è annientata, l’Apocalisse delle profezie si compie con la lotta finale tra demoni e Devilmen. Sopravvive solo Satana che narra di aver lottato e vinto contro Dio, che voleva distruggere i demoni dopo averli creati; ibernatisi in attesa dello scontro finale, al risveglio i demoni avevano trovato la Terra occupata dagli uomini e avevano concepito un piano per sterminare l’umanità. Satana capisce di aver agito contro gli umani come Dio voleva fare contro i demoni, mentre una luce misteriosa si trasforma negli angeli di Dio che scendono sulla Terra.





[2]Le citazioni sono tratte dalla prefazione dell’autore a Mao Dante e a Devilman, editi dalla Dynamic Italia, 1998.

[3] come sua abitudine, Nagai ama variare alcuni aspetti tra manga e anime; inoltre ha ripreso i personaggi in nuove 
versioni (vedi ad esempio Amon - The Darkside of Devilman di Yu Kinutani o Devil Lady)

[4] In ebraico “nemico”; diabolos (in greco) significa “avversario”.

[5] Il capovolgimento dei valori tra Dio e Satana si ritrova ad esempio nelle opere di William Blake ed avrà una lunga discendenza in tutto l’Ottocento europeo: ricordiamo solo l’Inno a Satana di Carducci.

[6] Nel cristianesimo l’incarnazione di Cristo è il modo scelto da Dio perché l’uomo possa espiare il peccato originale. Con un altro geniale ribaltamento della prospettiva, in Devilman Satana si incarna per scoprire il modo migliore di distruggere l’uomo.

[7] Vedi R. Graves - R. Patai, I miti ebraici, Milano 1980, cap. 5
 
[8] Tra i miti romantici di ribellione ricordiamo il Moor dei Masnadieri di Schiller o i molti antieroi di Byron; o perfino il feuilltonesco Robin Hood Il Proscritto di Alexandre Dumas. In un altro senso è il “prometeismo” della sfida agli dei del Frankenstein di Mary Shelley (il cui sottotitolo è, appunto, “Il Prometeo Moderno”).

[9] Le analogie tra i due sono numerose: Dante si incarna in Ryo Utsugi, Satana in Ryo Asuka; entrambi scoprono di non essere uomini, ma demoni etc.

[10] Graves/Patai, cit., cap. 13; per Milton, al contrario, il peccato di Satana è l’invidia nei confronti del Messia.

[11] Milton, Paradiso perduto, Mondadori 1984, libro I vv. 143 e segg. Belzebù dice a Satana: “…il nostro Vincitore (che sono ora costretto a ritenere onnipotente, poiché nessuna forza minore della sua avrebbe mai potuto soverchiare la nostra così grande…”)

[12] Ricordiamo che l’ibernazione fu una scelta volontaria sua e dei Demoni. Al contrario Mao Dante si è ibernato perché sconfitto da Dio.

[13] Tuttavia l’invasione può essere addirittura del tutto aliena, per esaltare la profonda differenza tra i nippocentrici difensori della Terra e gli aggressori: il Dio di Mao Dante è, come detto, in realtà un extraterrestre, esattamente come i Vegani nemici di Grendizer/Goldrake.

[14] Vedi Comte, I grandi miti, Garzanti 1990, pp.39-40: “Il presente non è giustificato che dal passato, il terrestre dal celeste”.  Il diritto dei giapponesi sul loro arcipelago deriva dal fatto che l’imperatore discende direttamente da Amaterasu, dea del Sole.

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